Ahmed, detenuto a 16 anni

Scritto da in data Gennaio 5, 2024

SINJEL – La gamba gli trema come quella di una vecchia signora ansiosa. Per il resto sta seduto composto, in silenzio, quasi a voler sembrare più piccolo in quella stanza accogliente che è il salotto di casa. Ahmad ha 16 anni, palestinese, andava a scuola, amava andare in giro con gli amici, sedersi in quella strada dove vanno tutti i ragazzi, anche se suo padre gli aveva detto mille volte che lì venivano osservati dall’insediamento vicino. Ma gli adolescenti non sarebbero adolescenti, se facessero le cose che dicono i genitori.

Qualche giorno dopo il suo compleanno nel maggio 2022, un anno e mezzo fa, tornava con gli amici dopo aver bighellonato, si è separato da loro per andare verso casa sua quando i soldati israeliani si sono avvicinati e lo hanno preso. Trascorreranno due mesi prima che Gharib Khalil, 44 anni scoprirà dove si trova suo figlio.

Ora Ahmed è a casa perché ha fatto parte del gruppo di detenuti rilasciati durante lo scambio con gli ostaggi israeliani il 28 novembre scorso. È trascorso un mese e mezzo, ma è ancora come se avesse lo sguardo spento. “Ha paura di uscire di casa, la notte non dorme bene, i primi giorni non parlava, rispondeva solo se gli si domandava qualcosa, anche ora parla poco e per i primi tempi era come se facesse le cose in modo schematico, come se la sua vita dovesse essere organizzata”, racconta il padre che gli sta accanto e non gli leva lo sguardo di dosso per un solo momento.

“Quando mi hanno preso pensavo che mi avrebbero rilasciato dopo un paio di giorni, è una cosa che succede spesso e non ero troppo preoccupato, ma quando mi hanno messo in una cella di isolamento e hanno cominciato a picchiarmi ho avuto paura”, racconta Ahmed con un filo di voce come se qualcuno ancora gli strappasse l’aria dal corpo. Ogni tanto si ferma, respira, sembra cacciare l’emozione dentro, in qualche parte recondita della sua anima, si contorce le mani.

“Mi hanno portato in una prigione di Gerusalemme per un paio di mesi, per 18 giorni mi hanno tenuto in isolamento, poi per due mesi mi hanno interrogato per 10 ore al giorno, volevano che confessassi che avevo tirato delle pietre contro una macchina e contro dei soldati. Mi dicevano che avrebbero ucciso mia madre se non lo confessavo. Ma non era vero. Continuavo a dire che non avevo fatto niente, che non sapevo niente”. E loro continuavano. A cosa pensavi? Pensavo solo che dovevo sopravvivere, e non c’era niente che potessi fare”.

 Dopo due mesi lo hanno portato nella famigerata prigione di Ofer nella sezione minori, erano 10 in una stanza di quindici metri quadri, gli davano da mangiare riso, un pollo talmente crudo che non riusciva a buttarlo giù, un po’ di pane. Poi dopo il 7 ottobre hanno ridotto i pasti ad uno la sera, hanno tolto a tutti le lenzuola, i vestiti, la radio per impedirgli di capire cosa stesse succedendo. Non sapevano molto né dell’attacco di Hamas né della guerra che è stata scatenata contro Gaza.

Di cosa parlavate con gli altri ragazzi detenuti? “Delle nostre famiglie, della nostra vita prima, ma soprattutto di quello che avremmo fatto una volta tornati a casa”. E tu cosa volevi fare? “Mangiare”, mi dice sorridendo per la prima volta. Ha perso 13 kg, la famiglia a stento lo ha riconosciuto quella notte che è stato rilasciato senza che nessuno, né lui, né i genitori sapessero nulla fino ad un attimo prima che accadesse. Lui era uno di quelli rilasciati durante la pausa umanitaria nella guerra contro Gaza, dove detenuti palestinesi sono stati rilasciati in contemporanea ad ostaggi israeliani.

Per tutti quei mesi lo avevano minacciato, gli avevano detto che sarebbe morto, che avrebbero arrestato i suoi cari. E ora gli dicevano che se avesse pubblicato qualche foto, se avesse celebrato, ma soprattutto se lo avessero visto in giro, lo avrebbero riarrestato. E Ahmed, per ora ha troppa paura di andare in giro, gli amici lo vanno a trovare a casa, e anche se ora in teoria è libero di andare fuori, la sua mente è ancora chiusa in quella cella.

Ci mostra come lo legavano, come veniva picchiato dalle guardie che lo trasportavano da un posto all’altro. E ci parla di quel posto dove faceva tanto caldo d’estate e tanto freddo d’inverno, dove ogni tanto temeva di venir abbandonato.

“Mia moglie era disperata. Potete immaginare come si sente una madre che ha il suo bambino in prigione?”. Per fortuna, è una cosa che non capita spesso di immaginare. La mamma per un anno e mezzo non ha cucinato il piatto preferito del figlio perché non sopportava di vedere quel posto vuoto a tavola. C’erano i fratelli e le sorelle, ma si possono avere anche dieci figli, nessuno ne sostituisce un altro.

Si chiama detenzione amministrativa, non c’è bisogno di essere accusati di nulla, il tribunale la può rinnovare fino a farti perdere la nozione del tempo. Può durare da tre a sei mesi, ma spesso viene rinnovata dal tribunale alla scadenza. Alla fine di novembre c’erano 146 minorenni rinchiusi nelle prigioni israeliane e Israele è l’unico paese al mondo a giudicare dei minori in un tribunale militare. Sempre secondo le statistiche ogni anno vengono detenuti tra i 500 e i 700 minori ogni anno. Dal 7 ottobre almeno 200 adolescenti sono stati arrestati in Cisgiordania, alcuni dei quali poi rilasciati.

“Le forze israeliane arrestano sistematicamente minorenni palestinesi come parte di campagne punitive di detenzione collettiva – spiega Addameer, un gruppo per i diritti umani che si occupa del sostegno ai detenuti – Questi bambini detenuti sono sottoposti a varie forme di tortura psicologica e fisica, senza rispettare le necessarie misure di protezione dell’infanzia. Le forze israeliane sfruttano l’arresto dei ragazzi per ricattare le loro famiglie, costringendole a pagare elevate multe finanziarie per il loro rilascio. Il processo di arresto dei bambini lascia effetti devastanti sulla loro salute mentale e fisica”.

“Le prime due settimane quando mi svegliavo la mattina, non mi ricordavo di essere a casa”, dice Ahmed che si è un po’ rilassato e non muove più freneticamente la gamba. Che vuoi fare da grande? “Vorrei studiare informatica, ma poi andare a lavorare con papà”.

“Prima era un ragazzino come tutti gli altri”, mormora il padre che fa il meccanico e ha altri tre figli di cui un maschio che è ancora troppo piccolo perché si debba preoccupare. “Ahmed era scuola, famiglia, amici, d’estate andava dal nonno ad aiutarlo a coltivare la terra. Anche lì una volta era stato aggredito dai coloni israeliani, ma se l’è cavata, era ancora più piccolo”. Lo dice come se la violenza avesse un posto inesorabile nelle loro vite. Tra i tanti pericoli che si spiegano ai figli quando crescono ci sono i coloni e i soldati israeliani.

“Ho costruito la mia casa su un piccolo pezzo di terra, ho pagato il doppio perché fosse il più lontano dai posti di blocco e dagli insediamento, non volevo vederli eppure sono riusciti ad entrare lo stesso nelle nostre vite e nelle nostre teste”, dice il padre con un moto di stizza.

Sinjel, 12 mila abitanti è circondata da terre che i coloni cercando di espropriare quotidianamente a contadini palestinesi che possiedono le terre da generazioni sovrastate da insediamenti posizionati sulle morbide colline di terra rossa pullulate di ulivi. Si guardano in faccia ma i palestinesi sono costretti ad abbassare lo sguardo. A rallentare quando passano. A lasciarsi umiliare.

Sarà mai possibile vivere insieme? “Vivere insieme? Non credo sia più possibile dopo quello che è accaduto a Gaza e quello che succede ogni giorno qui. Pace? Non c’è pace senza giustizia”.

Lasciamo Sinjel, la strada che dovremmo fare per tornare ci impiega una ventina di minuti, ma mentre ci dirigiamo verso l’uscita del paese, arriva un messaggio: “Non passate per il check point, gli israeliani hanno chiuso e hanno appena picchiato un ragazzo pesantemente che doveva tornare a casa”. Inversione a U, strade alternative, e come tutti i palestinesi, si abbassa la testa, ci si arma di pazienza e ci si mette un’ora e mezza per tornare a Ramallah.

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Foto credits: Barbara Schiavulli

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