Messico: femminicidio, la challenge della speranza

Scritto da in data Febbraio 22, 2020

Non è vero che le “challenge” sui social sono tutte stupide o pericolose. Ce n’è una di una tenerezza infinita e di un senso di giustizia che i media tradizionali hanno dimenticato. Ha un’altra caratteristica, questa challenge: è utile per non rovinare la memoria di una ragazza uccisa e sventrata dall’uomo con cui usciva da pochi mesi. La sfida si chiama #IngridEscamillaChallenge e se volete partecipare fermatevi ad ascoltare: proviamo a convincervi a prendervi parte e a fare una buona azione.

L’esperimento del dentifricio

Provate a prendere un tubetto di dentifricio e spremetelo tutto in un piattino. Benissimo. Guardatelo bene e sentitevi soddisfatti del vostro lavoro. Ora rimettetelo nel tubetto. È possibile? Tecnicamente no (a meno che non apriate il tubetto in due e glielo spalmiate dentro, come hanno fatto dei bambini in una scuola materna). Mettiamo che la sfida sia proprio reinserire il dentifricio nel tubetto senza aprirlo a metà, ma dall’apertura da cui è uscito. Possibile? No.

Ora, pensate al tubetto come a voi stessi, al dentifricio come alle foto e ai dati che condividete e caricate su Internet più o meno consapevolmente, e al fatto che una volta immessi nella rete indietro nel tubetto non si torna. Certo, possiamo scandagliare i nostri social cancellando le foto compromettenti, rimuovendo gli hashtag e i tag che ci “chiamano”, chiudendo profili, chiedendo alle piattaforme di rimuovere dei contenuti . Vi siete mai cercati su Google? Sì, intendo proprio con il vostro nome e cognome. Fatelo e capirete che rimuovere o cancellare  le nostre vite dalla rete è quasi impossibile, come rimettere dentro il dentifricio nel tubetto. Anche perché, posso aver anche rimosso una mia foto, ma quell’immagine è stata copiata? Screenshottata? Condivisa? Non avrò mai la certezza di un vero oblio.

Però siamo vivi e vive e potremmo provare a cancellarci da Internet, se avessimo il tempo e la pazienza per farlo. Chi è morto invece?
Chi è morto non può più farlo e chi decide di mettere on line foto di un cadavere sventrato facendole rimbalzare da una parte all’altra del globo immagino non si sia fermato un secondo a pensare a quello che stava provocando. Pensiamo a chi ha scattato quelle fotografie – la polizia probabilmente, giunta per prima sul luogo dell’omicidio – e che le ha fatte trapelare facendole arrivare ai giornali locali che le hanno caricate on line che sono state condivise che sono state cercate che sono state viste da migliaia di persone… un corpo. Di giovane donna. Uccisa. Sventrata. Vorreste vederlo?

La pornografia del dolore

Si chiama “pornografia del dolore”, la ricerca di immagini violente che ci rende assuefatti e che ci provoca emozioni immediate e temporanee, anche se l’immagine non veicola altra informazione se non se stessa. Ci siamo abituati: i morti annegati nel mare Mediterraneo, i bambini sotto le bombe in Siria, i servizi giornalistici televisivi sempre più espliciti. Ci siamo abituati. Ma cosa racconta un’immagine? C’è la volontà e la curiosità di andare oltre e avere una storia da conoscere, cause da capire, o ci fermiamo a quel corpo senza vita che letteralmente mangiamo con gli occhi?

Ingrid Escamilla, di 25 anni, è stata assassinata il 9 febbraio a Ciudad de México dall’uomo con cui usciva da pochi mesi. Oggi l’assassino si trova recluso nel carcere della città e l’omicidio è stato classificato come femminicidio.

Vediamo come si è mossa la rete e cosa ha generato questo delitto. Gli hashtag #IngridEscamilla e #Ingrid hanno contato tra il 9 e il 12 febbraio 178.501 tweet, e 179.201 dalle 11:58 del 12 febbraio fino alle 13:33 del 13 febbraio. La conversazione sul tema, secondo la ricerca condotta da Signa_Lab, dell’Università Gesuita di Gadalajara, è cresciuta in maniera organica seguendo due fronti diversi: da una parte, il commento del presidente López Obrador durante la sua conferenza del 10 febbraio, che spiega come l’hashtag #AMLO (che sono poi le iniziale del nome del presidente) sia stato messo nella discussione sul femminicidio e sia cresciuto come trend. Per farla breve, le parole di Obrador hanno fatto veramente arrabbiare le femministe e questo ha scatenato i commenti contro o a favore del presidente. Dall’altro lato, l’assassinio di Ingrid ha cominciato a monopolizzare le discussioni in rete, con frasi di denuncia e vicinanza alla vittima, ma anche di criminalizzazione della vittima stessa (il nostro “se l’è cercata”).

Sul tema c’è stato un forte assembramento intorno a tre idee centrali: la giustizia, il femminicidio e l’hashtag #NiUnaMenos, Non Una di Meno, che negli ultimi anni viene usato in tutto il mondo dalle donne in lotta.

L’analisi semantica dei tweet portata avanti da Signa_Lab evidenza che insieme all’indignazione e alla tristezza, gli aspetti più sordidi della vita di Ingrid stavano prendendo piede. Molte persone che cercavano #IngridEscamilla lo facevano per avere sullo schermo le immagini del corpo sventrato e senza alcuni organi della ragazza. La propagazione virale e il contagio culturale dell’orrore stavano normalizzando la violenza. Le foto sono state riprese anche da alcuni mezzi di comunicazione locali, provocando la reazione delle donne che hanno manifestato a Ciudad de México, non solo per chiedere sicurezza e  fermare il femminicidio, ma anche per denunciare con forza che esporre quel corpo alla fame mediatica significava ri-vittimizzare la donna, per due volte oggetto a uso e consumo della violenza maschile e della bramosia della pornografia del dolore.

Il femminicidio

Il femminicidio in Messico è un’emergenza a livello nazionale: da gennaio a settembre 2019 sono state uccise 2.833 donne, ma l’Osservatorio Cittadino Nazionale sul femminicidio dichiara che solo 726 casi sono stati classificati come femminicidio. Non c’è solo questo delitto: secondo i dati del Governo di Ciudad de México, sono aumentati anche i casi di violenza, violenza sessuale, tentativi di stupro, abusi sessuali e molestie sessuali.

#Ingrid e il suo assassinio non sono un fatto isolato, sono l’ennesimo caso di femminicidio che si inserisce nel clima di violenza e terrore dello stato centro-americano.

La violenza è parte integrante del quotidiano: migliaia di persone consumano e diffondono informazioni senza riflettere sulle conseguenze delle loro azioni. Narrare e rendere visibile la violenza in modo critico è un compito politico e culturale per cercare di rompere gli schemi di normalizzazione della brutalità e della violenza.

Il caso Ingrid

Nel caso di Ingrid ci sono tre tipi di discussione:

1) copertura mediatica esageratamente spettacolarizzata;

2) riproduzione della violenza in dialoghi in rete attraverso lo scherno o la condanna della vittima;

3) ricerca di informazioni in internet che solo catturano la brutalità senza contesti di spiegazione.

Guardando la nuvola di parole creata dalla frequenza dei termini utilizzati connessi a #Ingrid, si nota che la parola femminicidio è la più usata, e questo significa che la comunità riconosce il fatto come tale; ma le parole maggiormente in relazione sono “mostro”, “corpo”, “scorticamento” e “foto”. Cosa ci dice questo? Che da una parte c’è l’indignazione, ma dall’altra c’è la morbosità e l’ossessione per divorare le immagini più terribili di Ingrid.

La ricerca delle immagini del corpo di Ingrid è il trend maggiore: fotografie filtrate dalle autorità di Ciudad de México rimbalzano dai mezzi di informazioni locali in tutto il mondo.

Siete già andati a cercarle? Non le troverete facilmente. Eh sì, perché la rete sociale sta costruendo un’immagine diversa di Ingrid, fuori dagli schemi della pornografia del dolore per costruire una memoria digitale nuova. Come? Associando agli hashtag #Ingrid e #IngridEscamilla immagini piene di bellezze e illustrazioni del viso sorridente della ragazza.

La strategia tecno-politica (cioè l’uso politico e strategico delle reti sociali da parte della società) ha reindirizzato in modo rapido la narrativa che si stava imponendo intorno alla ri-vittimizzazione di Ingrid attraverso il suo corpo mutilato. L’intelligenza collettiva ha saputo creare e viralizzare in poche ore migliaia di immagini di paesaggi naturali, tramonti, animali. E questo ha portato all’aumento dell’hashtag #Ingrid e #IngridEscamilla e alla visualizzazione di immagini belle, distanziando la ricerca dalle parole “corpo”, “foto”, “scorticamento”.

Gli algoritmi

Questa strategia di intelligenza collettiva in tempo reale cambia gli algoritmi di piattaforme come Google e Twitter, perché i risultati delle ricerche appaiono in ordine di numero di visualizzazioni. Fino al pomeriggio del 12 febbraio, i risultati di ricerca associati a Ingrid e a Ingrid Escamilla davano come risultato le foto del corpo senza vita della donna, ed era plausibile che il trend sarebbe andato solo crescendo. E invece dalle cinque di pomeriggio le persone tramite le reti sociali hanno creato una memoria collettiva diversa rispetto all’assassinio di Ingrid. Mettere in circolazione un alto numero di un certo tipo di dati con l’intenzione che questi prevalgano nello spazio virtuale su altri e si impongano come trend principale, è segno di chiedere ed esigere una narrazione diversa non solo dei femminicidi, ma anche delle donne e delle persone in generale. Che devono essere riconosciute come tali, non come oggetti.

Dal mezzogiorno del 13 febbraio, l’hashtag #IngridEscamillaChallenge è diventato il primo tra i trend di Twitter in Messico. E questo non è solo la continuazione della speranza di dare al futuro un ricordo bello di Ingrid, ma anche di riconoscere l’importanza della rete e delle possibilità che offre per cambiare lo stato delle cose usando la forza stessa della rete, cioè le persone. La challenge, la sfida, da pratica comune che invita gli usuari a trovarsi e sincronizzarsi per la creazione di una tendenza diventa motore di un cambiamento di una narrazione, in questo caso di un barbaro omicidio. Che rimane, ma che non può essere l’unico tag nella vita di Ingrid. E anche Twitter ci ha messo del suo: ha sospeso rapidamente gli account che avevano divulgato il materiale bruto del corpo smembrato di Ingrid. Insomma, ci viene da dire che l’intelligenza collettiva della rete esiste e se volete lanciarvi anche voi in questa sfida, taggate delle belle foto con #IngridEscamillaChallenge.

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