Iran: il puzzle della memoria. Intervista con Roya Boroumand

Scritto da in data Aprile 28, 2021

A cura di Loretta Bondì.

Oggi “Onda Lunga” intervista Roya Boroumand del Centro Abdorrahman Boroumand per i diritti umani e la democrazia.

La situazione in Iran continua a fare titolo, in particolare in riferimento al suo programma di impianti nucleari, così come al nuovo accordo di cooperazione con la Cina. Anche se i diritti umani sono spesso menzionati insieme a questi argomenti, sembrano rimanere sullo sfondo delle discussioni e dei resoconti giornalistici, fatta eccezione per manifestazioni anti-regime e presunti casi di “spionaggio”. Più recentemente l’indignazione internazionale si è levata sul caso di Nazanin Zaghari-Ratcliffe, un’inglese-iraniana tenuta in una prigione iraniana per cinque anni con accuse di spionaggio ampiamente confutate. Ricordiamo che Nazin aveva scontato la pena inflittale, le era stato tolto il braccialetto elettronico di sorveglianza e permesso di lasciare gli arresti domiciliari, ma poi le era stato impedito di partire dal paese per fare ritorno in Inghilterra.

Siamo quindi liete di avere oggi come nostra ospite Roya Boroumand del Centro Abdorrahman Boroumand per i diritti umani e la democrazia, che ci aiuterà a fare luce sulle condizioni in Iran.
Iniziamo con una panoramica sulla situazione dei diritti umani nel paese, in particolare quelli delle minoranze religiose. Ci soffermiamo su come questi diritti sono stati ulteriormente minati dalla pandemia Covid e su come il governo iraniano l’ha gestita. Esploriamo quindi la situazione dei diritti di genere prima e durante la crisi pandemica e se vi siano stati progressi o regressi a questo proposito. Roya ci parla del diritto di famiglia e della condizione di donne e bambine in Iran alla prese con un circolo vizioso di piccoli miglioramenti e sconfitte, con particolare riferimento alla necessità di scardinare l’impianto costituzionale alla base delle violazioni.
Concludiamo con una discussione sulle attività del centro che Roya dirige, e in particolare del progetto Omid (“Speranza” in farsi), una banca dati della memoria che, da vent’anni, documenta gli abusi sul diritto alla vita e le pene di morte comminate in Iran, e che ha trasformato le sue creatrici in attiviste.

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