“Un nido di nebbia”, la graphic novel sull’adozione

Scritto da in data Ottobre 28, 2022

Cosa vuol dire adozione? E in che modo questa parola mette in funzione emozioni, bisogni e sentimenti? Valentina Barile ne parla su Radio Bullets con Andrea Voglino, sceneggiatore del fumetto “Un nido di nebbia”, illustrato da Ariel Vittori e pubblicato da Tunué.

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L’idea

Andrea Voglino, sceneggiatore di “Un nido di nebbia”

Spesso, prima di un’idea c’è una storia o tante storie che chiedono di essere raccontate. Da dove arriva “Un nido di nebbia”? Andrea Voglino su Radio Bullets: «L’idea di questo libro nasce un po’ dal mio amore personale per quelle grandi saghe familiari che fanno parte della letteratura americana in generale e latina in particolare, penso a “La casa degli spiriti” dell’Allende o a Juan Rulfo o ancora, per passare all’America del Nord, a John Steinbeck e a “La valle dell’Eden” che, non a caso, è citato nel libro; e questo è un lato. L’altro lato è la voglia di contribuire con un pensiero personale a tutte le discussioni sull’adozione perché in realtà, come scrivo anche nella postfazione del libro, la grande dicotomia in questo senso è fra saggi che sono comprensibili solo ai laureati in psicologia e libri che fanno dell’adozione un po’ una specie di self-help».

La storia

Il concetto di genitorialità ha un senso ampio e senza confini, che passa attraverso le culture. In Occidente, il concetto di figlio si riferisce unicamente al figlio biologico. Perché? Andrea Voglino: «Il problema secondo me sta in un punto di vista umanissimo e condiviso in tutto l’Occidente, ma senz’altro limitato che fa di un figlio un diritto acquisito nel senso che la gran parte delle persone, nel momento in cui si mettono in testa di avere un figlio, lo considerano una cosa che devono avere assolutamente, il che porta anche delle derive, a volte un tantino ossessive, se questo figlio poi non arriva. Nella realtà, avere un figlio è nella maggior parte dei casi, appunto, frutto della fortuna, un frutto del caso. E quindi, secondo me, il problema è appunto ricominciare a considerare la genitorialità non tanto una cosa che mi spetta, ma una cosa che se capita, capita, altrimenti non capita. Poi c’è un problema di comunicazione: lo story-telling, in generale, fa delle tecniche di aiuto alla vita dei meccanismi infallibili, quando in realtà queste tecniche sono tutt’altro che infallibili».

L’esperienza

Molto spesso l’adozione avviene perché vengono a mancare i requisiti fisiologici dei due genitori, ma se accadesse a prescindere da tutto e solo per atto d’amore? Andrea Voglino conclude su Radio Bullets: «Tutte le adozioni sono il frutto di esperienze traumatiche: da un lato c’è l’esperienza traumatica del bambino che è stato abbandonato, e quindi la ferita dell’abbandono, dall’altro, quella traumatica dei genitori che si ritrovano impossibilitati a soddisfare un loro umanissimo desiderio di genitorialità. In realtà, però, fra il momento in cui tu dici “Oh, cavoli, non posso avere figli” e il momento in cui tu dici “Beh, potrei anche valutare l’ipotesi dell’adozione”, passa un tempo piuttosto lungo. Nel nostro caso si è parlato di… forse un anno e mezzo, per cui quell’anno e mezzo è un periodo in cui tu hai un percorso in qualche modo di rinascita psicologica che ti porta a voler adottare. Senza questo lavoro non puoi neanche concepirla l’adozione, perché essere genitori non è mai una scelta etica, diciamo così, è sempre una scelta egoistica, però l’adozione richiede risorse che sono totalmente incompatibili con la scelta del “Ah, beh, non riesco ad avere un figlio, quindi adotterò».

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