I paradisi fiscali: come si contrastano

Scritto da in data Novembre 15, 2021

Come funzionano i paradisi fiscali, che genere di distorsioni generano sui sistemi economici e cosa si fa per contrastarli?

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Paradisi fiscali e neoliberismo

Nella puntata precedente avevamo visto come, a partire dagli anni Ottanta, i paradisi fiscali si moltiplicano. L’ideologia neoliberista che ispira prima le politiche economiche della signora Thatcher nel Regno Unito, poi quelle del Presidente Reagan negli Stati Uniti, mira a ridurre o eliminare tutta una serie di vincoli ai movimenti di capitali. La caduta del Muro di Berlino, e il dissolvimento dell’Unione Sovietica e del blocco comunista, dà avvio a una nuova fase di globalizzazione, favorita e incentivata dalle nuove tecnologie informatiche e dalle innovazioni nel settore delle telecomunicazioni. Anche la Cina, che politicamente resta un paese comunista, dal punto di vista economico si apre ai capitali esteri e alle logiche di mercato. Il capitalismo ha vinto in tutto il pianeta e chi ha ancora qualche dubbio o esprime qualche critica viene considerato un retrogrado trinariciuto, un residuato intellettuale di un’epoca storica ormai scomparsa. Nei paesi dell’Occidente anche i movimenti politici di sinistra, con poche eccezioni, si lasciano suggestionare e pervadere dal verbo neoliberista. Inizia l’era di quello che qualcuno ha chiamato il “turbocapitalismo”.

L’eliminazione di tutta una serie di vincoli ai movimenti di capitali e all’attività bancaria favorisce la crescente finanziarizzazione dell’economia. I paradisi fiscali si moltiplicano e cresce la competizione tra gli stati per attirare i capitali, presupposto fondamentale per qualunque processo di crescita economica.

Dopo la crisi del 2008-2009 molti paesi si accorgono del problema e cercano di prendere provvedimenti. La competizione tra i paesi e la crescita dei paradisi fiscali sottraggono preziose risorse finanziarie, che diventano ancor più importanti in un periodo di crisi economica. Nel frattempo è cresciuto molto il nuovo capitalismo digitale, basato sulle grandi piattaforme del web, aziende multinazionali con fatturati di centinaia di miliardi che hanno un grande potere contrattuale nei confronti dei singoli stati e che sfruttano quella che è stata chiamata “tax planning”, la pianificazione fiscale. In questo modo, di fatto, decidono loro quanto pagare di tasse e in quali paesi pagarle. Il risultato di questo meccanismo perverso è che, per esempio, mentre un’impresa che fa commercio tradizionale con punti vendita fisici paga le tasse fino all’ultimo centesimo, un suo concorrente, una multinazionale che vende online e ha stabilito la sede fiscale magari in Irlanda, paga cifre irrisorie. Non c’è bisogno di aver vinto il premio Nobel in economia per capire che in questo modo è facile diventare dei grandi capitalisti. Se le regole del gioco sono truccate per favorire i più forti, questi domineranno il mercato sbaragliando qualunque concorrente.

Le grandi aziende multinazionali possono inoltre mettersi d’accordo direttamente con i singoli stati e abbattere al minimo l’imposizione fiscale.

Alcuni anni fa venne alla luce l’accordo fatto da Apple con il governo irlandese, per il quale in un paese dove l’aliquota fiscale è già bassa − al 12,5% − risultò che la multinazionale statunitense era riuscita a pagare un tasso effettivo, nel 2003, attorno all’1%, sceso negli anni successivi fino allo 0,005% del 2014.

Prima di vedere come hanno reagito gli stati a questa situazione facciamo qualche piccolo esempio per capire come funzionano i paradisi fiscali.

Come funzionano i paradisi fiscali

Supponiamo che un’azienda italiana, la chiameremo Alfa, venda scarpe sportive di marca. Le fa produrre in Cina da un’azienda locale che chiameremo Beta. L’azienda italiana Alfa acquista le scarpe dall’azienda cinese Beta a 10 euro e le rivende sul mercato italiano a 100 euro. Ora, sui 100 euro incassati occorre togliere i 10 euro di costi di produzione e supponiamo altri 10 euro di costi di marketing: in pratica l’azienda Alfa realizzerà un profitto di 80 euro su ogni paio di scarpe venduto. Su quegli 80 euro dovrà pagare le tasse in Italia. Ma supponiamo che l’azienda Alfa costituisca una nuova società di import-export in un paradiso fiscale: questa nuova azienda la chiameremo Gamma. Ora, facendo una semplice triangolazione l’azienda Alfa può ridurre in maniera consistente le tasse che paga in Italia. Il meccanismo è semplice. Le scarpe dal produttore cinese Beta vengono comprate dalla società Gamma nel paradiso fiscale, sempre a 10 euro al paio, e rivendute alla società italiana Alfa a 80 euro. Il risultato è che il profitto dell’azienda Alfa su ogni paio di scarpe venduto in Italia si riduce da 80 a 10 euro. L’azienda Alfa acquista le scarpe a 80 euro dall’azienda Gamma, ci deve aggiungere 10 euro di costi di marketing e quindi restano soltanto 10 euro di utile. Supponiamo che la tassazione sugli utili in Italia sia al 30%, nel primo caso (il 30% di 80 euro sono ben 24 euro): nel secondo caso il 30% di 10 euro sono 3 euro. Quindi con questa semplice triangolazione la società italiana Alfa risparmierà di tasse, su ogni paio di scarpe vendute ben 21 euro.

La realtà poi è sempre più complessa degli esempi che si fanno, ovviamente, ma la semplificazione serve per far capire il meccanismo.

Un altro meccanismo molto utilizzato dalle aziende multinazionali è il cosiddetto transfer pricing.

Di cosa si tratta? All’interno di un gruppo multinazionale i prezzi di trasferimento di merci e servizi tra aziende facenti parte dello stesso gruppo vengono regolati in modo tale da sfruttare al meglio le differenze di tassazione esistenti tra i diversi paesi. Pertanto, i profitti verranno fatti emergere nelle aziende collocate nei paesi con bassa aliquota fiscale, mentre i costi verranno fatti emergere nei paesi con elevate aliquote fiscali.

Facciamo un esempio pratico per spiegarci meglio. Supponiamo che una multinazionale, l’azienda Kappa, abbia una filiale, l’azienda Alfa, nel paese A, un paradiso fiscale con tassazione nulla degli utili, mentre un’altra filiale, l’azienda Beta, nel paese B con alta tassazione. Se l’azienda Alfa concede un finanziamento all’azienda Beta con un tasso d’interesse del 10% annuo cosa succede? Quel 10% di interesse annuo, per l’azienda Alfa che lo incassa, è un profitto su cui non pagherà tasse essendo collocata in un paradiso fiscale, mentre per l’azienda Beta quel 10% di interesse è un costo che potrà scaricarsi dalle tasse che dovrebbe pagare nel paese Beta. A livello dell’azienda capogruppo, l’azienda Kappa, non è cambiato nulla, si tratta di movimenti finanziari tra due società che le appartengono ma quel movimento finanziario ha generato, per il gruppo, un vantaggio fiscale.

Anche questo è un artificio molto semplice, ma ce ne sono molti altri estremamente sofisticati.

Ci sono, per esempio, i meccanismi cosiddetti “a scatola cinese” o “a matrioska”. In pratica si crea una società in un paradiso fiscale che, a sua volta, è di proprietà di un’altra società costituita in un altro paradiso fiscale che, a sua volta, risulta di proprietà di una terza società costituita in un altro paradiso fiscale ancora e via all’infinito. Con questi sistemi, con queste catene di società e relativi conti correnti, si possono far sparire soldi di dubbia provenienza e chi volesse andare a ricostruire i flussi di danaro o la filiera proprietaria si troverebbe di fronte a una situazione talmente ingarbugliata che diventa quasi impossibile qualunque ricostruzione.

Contromisure ai paradisi fiscali

Come dicevamo, dopo la crisi finanziaria del 2008-09 gli Stati hanno cominciato a prendere delle contromisure per limitare e contrastare questi fenomeni. Innanzitutto ci si è concentrati su un aspetto che è cruciale: la mancanza di trasparenza e la scarsa cooperazione. Più che andare a impelagarsi in discussioni sulle differenze di aliquote che esistono, come abbiamo già detto, anche tra paesi appartenenti alla stessa Unione Europea e all’Area Euro, ci si è concentrati sull’aspetto della scarsa collaborazione e della mancata condivisione di informazioni. Su questa base si sono definite prima una black list, una lista sostanzialmente di quelli che venivano considerati i paesi “cattivi”, quelli che avevano bassa tassazione e non davano informazioni, per poi definire una white list, una lista di quei paesi che, pur avendo tassazioni di favore, non frappongono ostacoli nel caso di inchieste giudiziarie o di richieste da parte delle autorità fiscali di altri paesi.

Un ulteriore passo in avanti, questo oggettivamente importante, è stato fatto nello scorso mese di luglio quando è stato siglato un grande accordo internazionale sottoscritto da 136 paesi, quindi quasi tutto il mondo, per l’introduzione di una cosiddetta “minimum global tax”, una tassa minima globale.

Questa tassa dovrebbe colpire tutte le multinazionali che hanno fatturati e quindi ricavi superiori ai 750 milioni di dollari. Queste aziende dovranno pagare questa tassa minima del 15%, indipendentemente da dove sviluppino i loro ricavi. Ora l’accordo c’è ed è un primo passo importante, poi, come e quando questo accordo diventerà operativo lo vedremo nei prossimi anni anche se c’è l’impegno dei governi di implementarlo entro la fine del 2023.

Secondo le prime stime, da questa tassa globale, si potrebbero ricavare ogni anno circa 250 miliardi di dollari, non esattamente bruscolini. Questi soldi passerebbero dalle tasche dei “paperoni”, proprietari delle grandi multinazionali, nelle casse dei governi che potrebbero utilizzarli, si spera, a favore dell’intera collettività.

Solo per l’Italia si calcola un maggior gettito di poco inferiore ai 3 miliardi di euro annui.

I problemi creati dai paradisi fiscali

Il primo problema è che la possibilità per le multinazionali di utilizzare i paradisi fiscali per ridurre la base imponibile ha degli effetti distorsivi a livello economico. Citavamo prima il caso di Apple: è chiaro che se un grande produttore può pagare lo 0,005% di tasse mentre un piccolo commerciante che vende computer deve pagare aliquote molto più elevate, si crea un vantaggio indebito a favore dell’operatore più grande. Non c’è bisogno di essere comunisti per capire che questa situazione lede un principio cardine del mercato e del capitalismo stesso, quello della libera concorrenza! Libera concorrenza non significa che vale la legge della giungla per cui il più grosso mangia il più piccolo, ma significa che per tutti debbono valere le stesse regole, a cominciare da quelle fiscali.

Il secondo problema è che i paradisi fiscali finiscono per aumentano le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi a vantaggio di alcuni, pochi, grandi operatori e, come abbiamo già visto in altri podcast, l’aumento delle disuguaglianze porta a una inefficiente allocazione delle risorse nel sistema economico, riducendo di fatto le potenzialità di crescita.

In ultimo i paradisi fiscali causano perdite di gettito fiscale, per esempio a paesi come l’Italia, e non c’è bisogno di lavorare all’Agenzia delle Entrate per capire che minor gettito fiscale può significare o minori servizi pubblici o ulteriori tasse per finanziarli.

Sinora abbiamo affrontato il tema dei paradisi fiscali nell’ottica di chi lavora, paga le tasse ed è infastidito, se non persino incazzato, quando vede qualcun altro, spesso gente che guadagna molti soldi o aziende multinazionali, che invece si industria in ogni modo per pagarne meno. Da questa prospettiva definiamo “paradisi fiscali” quei paesi dove si possono pagare molte meno tasse di quelle che paghiamo noi in Italia.

Ma proviamo a cambiare un po’ prospettiva. Secondo alcuni economisti se esistono i “paradisi fiscali” è perché, d’altro lato, esistono gli “inferni fiscali”, cioè paesi nei quali la pressione fiscale è troppo elevata. L’Italia rientra certamente tra questi ultimi: abbiamo una pressione fiscale che si avvicina a quella dei paesi scandinavi ma abbiamo in cambio servizi pubblici − spesso, non sempre − da paese in via di sviluppo e non certo da paese scandinavo!

Se a ciò aggiungiamo le inutili complicazioni che il sempre creativo legislatore italiano si inventa per rendere complicato e farraginoso persino il pagamento delle tasse, emerge il quadro se non proprio di un inferno quantomeno di un paese dove ci si diverte a complicare anche le cose semplici.

La ragione la conosciamo tutti: nella pubblica amministrazione, nel sistema politico, nella spesa pubblica si sono sedimentate e moltiplicate inefficienze, sprechi e ruberie. Questo è vero, è un dato di fatto, ma non sposta la logica del ragionamento. Noi italiani siamo molto insofferenti nei confronti delle tasse, oggettivamente ne paghiamo molte e spesso vediamo che vengono spese “a capocchia”, ma siamo molto accondiscendenti nei confronti dei mariuoli, dei lestofanti, di chi si arricchisce illegalmente rubando dalle casse pubbliche. Così fan tutti e quindi non si può far nulla per cambiare. A parte che non è vero, non tutti sono ladri, ma basterebbe smetterla di eleggere i mariuoli alle cariche pubbliche!

Secondariamente la spesa pubblica è necessaria per far funzionare i servizi pubblici. Pensare di avere servizi pubblici efficienti sperando che li paghi qualcun altro è una pretesa quantomeno poco realistica. Se si vuole la sanità pubblica bisogna finanziarla con le tasse. L’alternativa è un sistema all’americana dove se hai i soldi e puoi pagarti un’adeguata assicurazione sanitaria ti curi altrimenti ti arrangi.

In ultimo allarghiamo un po’ gli orizzonti e pensiamo al continente più povero e più problematico del pianeta: l’Africa. Secondo alcune stime è difficile o impossibile avere dati precisi su questi fenomeni. Solo negli ultimi vent’anni sono stati esportati dai paesi africani verso i paradisi fiscali capitali per un importo pari al doppio dell’attuale debito estero di tutti i paesi di quel continente. Se quei soldi fossero rimasti in Africa e fossero stati utilizzati per combattere la povertà, l’emergenza climatica, le migrazioni, le malattie, l’analfabetismo e quant’altro, oggi quei paesi vivrebbero meglio o peggio?

La domanda ovviamente è una domanda retorica.

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